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giovedì 23 febbraio 2017

Cultori del godimento acefalo e disinibito

Lo stato quando vuole iniziare una azione poco popolare crea preventivamente l'opinione pubblica adeguata. Opera in modo che si dissenta contro ciò che il potere  ha preventivamente deciso di destrutturare, affinché il dissenso riconfermi l'ordine dominante e le sue strategie. 
Un'immagine tragica di questa situazione di integrale subalternità, in cui il dissenso è amministrato in vista del consenso universale, sia ha ogni qual volta la religione della merce immette nei circuiti della produzione un nuovo sfavillante prodotto. I nuovi schiavi si mettono placidamente in coda all'ingresso dei templi della merce per acquistare a rate la novità, il meglio che la civiltà dei consumi possa vendere loro. Essi non hanno contezza né del perverso incantesimo di alienazione e feticismo di cui sono parte, né delle tracce a cui quelle merci rimandano; tracce che, troppo spesso, finiscono nel sangue in paesi eufemisticamente detti in via di sviluppo.
Cultori del godimento acefalo e disinibito, ripetitori ossessivi del loro motto - "noi abbiamo inventato la felicità" -, gli ultimi uomini sono gli abitatori ideali del tempo del legame sociale interrotto e della morte dell'Ideale: non sperano in nulla di più grande, né si mobilitano in vista di futuri migliori. Hanno venduto testa e cuore al capitale, ricevendone in cambio sfruttamento e reificazione.
Schiavi che non sanno di esserlo, ignari cultori del  rito del consumo e della mercificazione dei corpi e delle anime sui cui esso si regge, sono dominati sia materialmente, sia simbolicamente. 
E, intanto, sotto il cielo domina graniticamente il pensiero unico del consenso di massa. Oltre a garantire permanentemente la cattività simbolica del gregge degli ultimi uomini, esso predica in maniera compulsiva l'intrasformabilità del mondo, con il solo obbiettivo di renderlo tale, secondo lo schema della profezia che si autoadempie.

Alle origini della rivolta

Dichiarazione dell’avvocato Giuseppe Sotgiu nell’arringa difensiva per Giuseppe Battaglia al processo di appello della banda 22 ottobre:
L’azione di questi uomini non è permeata di quel tatticismo che invece è proprio dei partiti tradizionali, ma da quel bisogno che il giovane ha di vedere le cose più limpide e più chiare anche se per avventura sono eccessive, ecco la spiegazione di questi gruppi, gruppetti, gruppuscoli, una realtà della vita d’oggi che dobbiamo vedere però non nella luce del 416, dell’associazione a delinquere, ma attraverso la luce della nostra società in un periodo storico che indubbiamente è un periodo di passaggio da una civiltà a un’altra; comunque la si pensi, bisogna non guardare davanti a sé o intorno a sé per non comprendere che ci sono delle cose vecchie che devono finire e di fronte alle cose vecchie non possono esserci che le cose nuove che devono nascere e che stanno già nascendo. Questi giovani sono degli anticipatori forse, badate che sempre così è stato nella storia e che il confine fra l’ideale e colui che poi viene definito per l’efficienza della repressione “delinquente politico”, è un margine molto da poco e i delinquenti politici di oggi possono essere i governanti di domani e possono essere gli uomini che danno il loro nome alle statue e anche alle lapidi nelle carceri, non lo dimentichiamo, che questa è la realtà e voi giudici non mettetevi contro la realtà perché siete portatori di una luce e di una pace che è per il progresso degli uomini, e non già invece per la repressione e per ostacolare questa marcia in avanti. Ebbene se questo è il caso che ci occupa, è cioè la nascita di un gruppo, gruppetto, gruppuscolo in dissenso con le pratiche dei partiti ufficiali, o signori, cosa dobbiamo dire, che questa è associazione a delinquere?

(Tratto da: Controprocesso Rossi. Comitato di difesa dei compagni della 22 ottobre, ciclostilato marzo 1974)   

UMANESIMO di Camillo Berneri

Umanesimo, va intesa in modo più largo del significato, che le è generalmente attribuito, di ritorno, filosofico e letterario, all'antico. Umanesimo è parola che riassume lo spirito del Rinascimento e significa, ancora e sopratutto, il culto dell'Uomo preso come base di ogni concezione estetica, etica e sociologica. L'umanesimo è, sostanzialmente, definito nella celebre formula di Terenzio “Homo sum: humani nihil a me alienum puto”, ossia «Sono uomo, e penso che niente di quel che è umano mi sia estraneo». Soltanto chi veda in ogni uomo l'uomo, soltanto costui è umanista. L'industriale cupido che nell'operaio non vede che l'operaio, l'economista che nel produttore non vede che il produttore, il politico che nel cittadino non vede che l'elettore: ecco dei tipi umani che sono lontani da una concezione umanista della vita sociale. Egualmente lontani da quella concezione sono quei rivoluzionari che sul piano classista riproducono le generalizzazioni arbitrarie che nel campo nazionalista hanno nome xenofobia.
Il rivoluzionario umanista è consapevole della funzione evolutiva del proletariato, è con il proletariato perché questa classe è oppressa, sfruttata e avvilita, ma non cade nell'ingenuità populista di attribuire al proletariato tutte le virtù e alla borghesia tutti i vizi, e la stessa borghesia egli comprende nel suo sogno di umana emancipazione. Pëtr Kropotkin diceva: «Lavorando ad abolire la divisione fra padroni e schiavi, noi lavoriamo alla felicità degli uni e degli altri, alla felicità dell'umanità». L'emancipazione sociale strappa il bambino povero alla strada e strappa il bambino benestante alla sua vita di fiore di serra, strappa il giovane proletario all'abbrutimento del lavoro eccessivo e strappa il giovane signore alle oziose mollezze e alle noie corruttrici, strappa la donna del popolo alla precoce vecchiaia e alla conigliesca fecondità e strappa la dama alle fantasticherie ossessionanti che nell'ozio hanno il loro vivaio e sboccano nell'adulterio o nel suicidio. Ogni classe ha una propria patologia perché ogni ambiente sociale ha propri germi corruttori. Vittima delle mancate cure materne è il paria precocemente caduto nella delinquenza, e vittima dell'untuoso servilismo e dei comodi eccessivi è il figlio di papà che si crede tutto lecito: dalla seduzione della sartina allo chèque falso. Il ladruncolo e il bancarottiere, la prostituta e la signora strangolata dal danseur mondain non sono che aspetti di un unico male, non sono che diverse dissonanze di un'unica disarmonia sociale. 
L'umanesimo si è affermato nell'anarchismo come preoccupazione individualista di garantire lo sviluppo delle personalità e come comprensione, nel sogno di emancipazione sociale, di tutte le classi, di tutti i ceti, ossia di tutta l'umanità. Tutti gli uomini hanno bisogno di essere redenti da altri e da se stessi. Il proletariato è stato, è e sarà più che mai il fattore storico di questa universale emancipazione. Ma lo sarà tanto più quanto meno sarà fuorviato dalla demagogia che lo indora e ne diffida, che lo dice Dio per trattarlo da pecora, che gli pone sul capo una corona di cartapesta e lo lusinga perfidiosamente per conservare, o per conquistare, su di lui il dominio.
Il problema sociale, da classista, si farà problema umano. Allora la libertà sarà in marcia e la giustizia sarà già concretata nelle sue principali categorie. La rivoluzione sociale, classista nella sua genesi, è umanista nei suoi processi evolutivi. Chi non capisce questa verità è un idiota. Chi la nega è un aspirante dittatore.

giovedì 16 febbraio 2017

Il dissenso come rifiuto della autorità

Il gesto tipico del dissenso come figura del sentire altrimenti coincide con il quel dire-di-no che rivela la mancata adesione del soggetto all'ordine reale e simbolico e, perciò stesso, la sua potenziale contestazione. E', per sua essenza, interruzione individuale del consenso diffuso ed egemonico, messa in discussione di un ordinamento reale,  ideale, valoriale che si pone come dominante, esclusivo o, comunque, maggioritario.
Questo non significa, tuttavia, che il gesto del dissentire si esaurisca nella figura del rifiuto e dell'opposizione: esso, al contrario, nega per affermare e destituisce per ricostruire.
Il rifiuto è il primo momento della dialettica del dissenso, il cui ulteriore sviluppo, in positivo, consiste nell'affermazione del negato, dell'ostacolato, del represso, del disatteso e dell'ignorato, proposti come correttivo o come alternativa rispetto a ciò che c'è.
A differenza del consenso, che può essere passivo e strutturarsi nella forma dell'inerte accettazione, ricevendo più propriamente  il nome di assenso, il dissenso si dà solo come attivo e affermativo. Ed è quanto più manca  nel nostro tempo del consenso di massa e dell'omologazione generalizzata, ove tutti pensano e sentono il medesimo.
Una considerazione storico-filosofica della figura del dissenso non può non comportare, in pari tempo, un'esplorazione critica dell'uniformazione globale delle coscienze che si sta oggi registrando nell'orizzonte del nuovo pensiero unico e del falso pluralismo democratico della civiltà occidentale.
Quest'ultimo moltiplica e frammenta il messaggio, affinché sia occultata quella sua natura intimamente  totalitaria che nega in partenza ogni diritto a dissentire e a pensare altrimenti.

SEARCH AND DESTROY The Stooges

Sono un ghepardo che morde le strade
col cuore gonfio di Napalm.
Sono il figlio vagabondo della bomba atomica.
Sono il bambino dimenticato del mondo,
quello che cerca e distrugge
Amore ti prego , mi devi aiutare,
qualcuno deve salvare la mia anima.
Bambina, entra nel mio cervello
ma fai attenzione cara,
io uso la tecnologia.
Ti manca il tempo per chiedere scusa,
il cuore della notte è fatto di radiazioni solari.
Amore nel fuoco della battaglia
Amore, devo essere diventato cieco.
Qualcuno deve salvarmi l’anima,
cara, prova a entrare nel mio cervello!
Sono il bambino dimenticato del mondo,
l’unico che cerca soltanto di distruggere.
Cerca e distrugge…

Alexandre Jacob l’anarchico francese

Nell’immaginario della società contemporanea la figura del ladro è stata associata quasi esclusivamente al crimine e più specificamente al reato di appropriazione indebita. Il ladro è l’usurpatore di beni che non gli appartengono, colui che contro la legge sottrae un bene mobile in danno del suo legittimo proprietario. Ma non è stato sempre o necessariamente così, almeno non per Alexandre Jacob, l’anarchico francese che ha fatto del furto uno strumento per dare dignità a tutti coloro che la società dell’opulenza aveva negato, mettendoli al margine e privandoli dei mezzi per il semplice sostentamento, riducendoli alla miseria e derubandoli secondo Jacob stesso.
Alexandre Marius Jacob nasce a Marsiglia nel settembre del 1879 da una famiglia umile, il padre marinaio di professione li trasmette da subito la passione per i viaggi e le avventure, a 11 anni si imbarca come mozzo sul bastimento Thibet, a 13 si ritrova in Australia dove impara l’inglese e per fame anche a rubare. Qualche anno dopo parte da Sidney con una baleniera che subito dopo si rivela una nave pirata, il cui equipaggio assalta mercantili uccidendo chi oppone resistenza. Al primo scalo scappa e rientra a Marsiglia. Jacob ancora giovane comincia ad interessarsi al pensiero anarchico, legge Proudhon, Kropotkin, Reclus, Malatesta, avvicinandosi così ai circoli anarchici e operai francesi. A 20 anni convinto definitivamente dell’ingiustizia del mondo dichiara la sua personale guerra alla società borghese, e con alcuni suoi compagni fonda il gruppo Les travailleurs de la nuit (I lavoratori della notte). In soli tre anni, dal 1900 al 1903 Jacob e la sua banda mettono a segno oltre 150 colpi, tra furti e rapine. La banda colpisce in particolar modo baroni, industriali, banchieri, sfruttatori delle classi meno abbienti e i proventi vengono utilizzati per finanziare i circoli anarchici e operai, i disoccupati, gli emarginati. Jacob era un ladro con le sue illusioni egualitarie. Un anarchico con i suoi sogni, ma con una particolarità: "quest’uomo, insieme ai suoi compagni apriva veramente le casseforti dei ricchi e con questo semplice fatto dimostrava realizzabile un attacco, sia pure parziale, alla ricchezza sociale”. Jacob oltre ad essere un vero artista del furto, sperimentando nuove tecniche, nuovi travestimenti e compiendo azioni a dir poco spettacolari, proponeva sottraendo ai ricchi una nuovo modello di lotta politica. Un’azione diretta contro l’avidità umana e le ingiustizie sociali da essa generate, un’azione però che risparmiava chi avesse una qualche utilità sociale. Non è un caso che tra le sue vittime non comparissero mai medici, insegnanti o scrittori: le persone utili alla società non devono essere derubate, ripeteva ai suoi, i nostri obbiettivi sono immancabilmente i pasciuti parassiti che questa società dissanguano e depredano.
Dopo centinaia di imprese rocambolesche e furti leggendari, - togliere ai ricchi per dare ai poveri - nel 1903 Jacob e la sua banda vengono arrestati.

giovedì 9 febbraio 2017

JEAN BAUDRILLARD e la scena integrale del potere

Il potere ha ormai preso le sembianze di una scena integrale alla quale nessuno può assistere senza partecipare. Lo spettatore è anzi il figurante di uno show per cui non si staccano biglietti né si prenota la poltrona, essendo spettacolo la forma attuale del mondo. Sia che prevalga in noi il rifiuto della politica oppure la lotta e l’indignazione civile, gravitiamo intorno allo stesso nodo: l’esibizione sfrenata del potere come messa-in-scena. Ma se ciò è avvenuto, forse qualcosa era già attivo in noi all’alba della spettacolarizzazione della politica; forse v’è un fatto antecedente che riguarda la natura medesima degli spettatori. Il problema attuale della classe politica consiste nel fatto che non si tratta più di governare, ma di mantenere l’allucinazione del potere e ciò esige dei talenti del tutto particolari. Produrre il potere come illusione è come manovrare capitali circolanti, come danzare davanti a uno specchio. E se accade che non c’è più il potere, la ragione è nel fatto che tutta la società è passata alla servitù volontaria. Ma ciò è avvenuto in una strana maniera: non più come volontà di essere servi, bensì come ciascuno divenuto servo della propria volontà. In una somma di volere, di potere, di sapere, d’agire, di riuscire, ognuno si è piegato a tutto questo, e il colpo sul potere è perfettamente riuscito: ognuno di noi è divenuto un sistema asservito, auto-asservito, poiché ha investito tutta la sua libertà nella volontà folle di trarre il massimo dallo sfruttamento di se stesso. 
Nella distesa della modernità costellata di individui servi-potenti l’assassinio ininterrotto del potere insiste sul sorpasso della sua dimensione verticale e ascetica; è questo uno degli effetti collaterali della fine delle gerarchie politiche e della trascendenza teologica. La spettacolarizzazione della politica ne è il frutto maturo, necessario per convocare la rappresentazione iterata del potere nel vuoto della propria manifestazione. Se di questo si tratta, allora il potere è ormai una funzione rappresentativa “vuota”, una casella che solo il servo volontario più ambizioso può coprire e modellare a suo piacimento: «A partire dal momento in cui il potere non è più l’ipostasi, la trasfigurazione della servitù, e che questa è integralmente diffusa nella società, allora non gli resta che crepare come una funzione inutile». 
Così l’uomo politico più brillante, il supremo maestro della servitù volontaria, ci supera per auto-agonismo; questi ci porta con sé nello schianto eclatante del potere i cui bagliori sono oggi il nostro unico “spettacolo”.